
Dio in principio si mise da parte,
e così ebbe inizio il mondo.
Questo è il segreto dell'amore:
mettersi da parte.
Se puoi, cerca soprattutto
di metterti da parte.
Chiedi per te
solo un piccolo angolo nel tempo.
Metti confini al tuo volere,
e guarda come fiorisce un mondo.
Mary Gales Ryian

Con la ricorrenza di ieri siamo ormai proiettati all’inizio dell’Avvento che sarà domenica prossima.
Quest’anno, a differenza degli anni precedenti, non posterò riflessioni in preparazione al Natale, quest’anno sceglierò il silenzio totale, come palestra d’interiorizzazione.
Forse quest’esigenza è il preludio ad altre scelte che, mi auguro, seguiranno.
Ringrazio tutti coloro che hanno lasciato piccole tracce di sé nella mia vita, sono stati preziosi piccoli salvataggi quotidiani alle incomprensioni che colorano spesso le giornate reali.
Auguro a tutti di cuore, il coraggio della perseveranza nella ricerca costante della Verità, dell’intelligenza del Vivere, per non spegnere mai l’unica fiamma capace di illuminare: l’amore umile. E’ prematuro fare oggi gli auguri anticipati di un Santo Natale. Egli verrà. Di nuovo. Questa è una certezza. Quella a cui affido le nostre vite.
Grazie!
engellieder- pitie
Cristina
Per conoscenza e trasparenza, non ho MAI partecipato alla pubblicazione o realizzazione alcuna di Riccardo Paracchini, come ha divulgato invece lui.

Il momento attuale è purtroppo segnato, oltre che da fenomeni negativi a livello sociale ed economico, anche da un affievolirsi della speranza, da una certa sfiducia nelle relazioni umane, per cui crescono i segni di rassegnazione, di aggressività, di disperazione. Il mondo in cui viviamo, poi, rischia di cambiare il suo volto a causa dell’opera non sempre saggia dell’uomo il quale, anziché coltivarne la bellezza, sfrutta senza coscienza le risorse del pianeta a vantaggio di pochi e non di rado ne sfregia le meraviglie naturali. Che cosa può ridare entusiasmo e fiducia, che cosa può incoraggiare l’animo umano a ritrovare il cammino, ad alzare lo sguardo sull’orizzonte, a sognare una vita degna della sua vocazione se non la bellezza? Voi sapete bene, cari artisti, che l’esperienza del bello, del bello autentico, non effimero né superficiale, non è qualcosa di accessorio o di secondario nella ricerca del senso e della felicità, perché tale esperienza non allontana dalla realtà, ma, al contrario, porta ad un confronto serrato con il vissuto quotidiano, per liberarlo dall’oscurità e trasfigurarlo, per renderlo luminoso, bello.
Una funzione essenziale della vera bellezza, infatti, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare "scossa", che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo "risveglia" aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto. L’espressione di Dostoevskij che sto per citare è senz’altro ardita e paradossale, ma invita a riflettere: "L’umanità può vivere - egli dice - senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo. Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui".
Gli fa eco il pittore Georges Braque: "L’arte è fatta per turbare, mentre la scienza rassicura". La bellezza colpisce, ma proprio così richiama l’uomo al suo destino ultimo, lo rimette in marcia, lo riempie di nuova speranza, gli dona il coraggio di vivere fino in fondo il dono unico dell’esistenza. La ricerca della bellezza di cui parlo, evidentemente, non consiste in alcuna fuga nell’irrazionale o nel mero estetismo.
Troppo spesso, però, la bellezza che viene propagandata è illusoria e mendace, superficiale e abbagliante fino allo stordimento e, invece di far uscire gli uomini da sé e aprirli ad orizzonti di vera libertà attirandoli verso l’alto, li imprigiona in se stessi e li rende ancor più schiavi, privi di speranza e di gioia. Si tratta di una seducente ma ipocrita bellezza, che ridesta la brama, la volontà di potere, di possesso, di sopraffazione sull’altro e che si trasforma, ben presto, nel suo contrario, assumendo i volti dell’oscenità, della trasgressione o della provocazione fine a se stessa. L’autentica bellezza, invece, schiude il cuore umano alla nostalgia, al desiderio profondo di conoscere, di amare, di andare verso l’Altro, verso l’Oltre da sé. Se accettiamo che la bellezza ci tocchi intimamente, ci ferisca, ci apra gli occhi, allora riscopriamo la gioia della visione, della capacità di cogliere il senso profondo del nostro esistere, il Mistero di cui siamo parte e da cui possiamo attingere la pienezza, la felicità, la passione dell’impegno quotidiano.
Giovanni Paolo II, nella Lettera agli Artisti, cita, a tale proposito, questo verso di un poeta polacco, Cyprian Norwid: "La bellezza è per entusiasmare al lavoro, / il lavoro è per risorgere" (n. 3).
E più avanti aggiunge: "In quanto ricerca del bello, frutto di un’immaginazione che va al di là del quotidiano, l’arte è, per sua natura, una sorta di appello al Mistero. Persino quando scruta le profondità più oscure dell’anima o gli aspetti più sconvolgenti del male, l’artista si fa in qualche modo voce dell’universale attesa di redenzione" (n. 10).
E nella conclusione afferma: "La bellezza è cifra del mistero e richiamo al trascendente" (n. 16).
Queste ultime espressioni ci spingono a fare un passo in avanti nella nostra riflessione. La bellezza, da quella che si manifesta nel cosmo e nella natura a quella che si esprime attraverso le creazioni artistiche, proprio per la sua caratteristica di aprire e allargare gli orizzonti della coscienza umana, di rimandarla oltre se stessa, di affacciarla sull’abisso dell’Infinito, può diventare una via verso il Trascendente, verso il Mistero ultimo, verso Dio. L’arte, in tutte le sue espressioni, nel momento in cui si confronta con i grandi interrogativi dell’esistenza, con i temi fondamentali da cui deriva il senso del vivere, può assumere una valenza religiosa e trasformarsi in un percorso di profonda riflessione interiore e di spiritualità.
Questa affinità, questa sintonia tra percorso di fede e itinerario artistico, l’attesta un incalcolabile numero di opere d’arte che hanno come protagonisti i personaggi, le storie, i simboli di quell’immenso deposito di "figure" – in senso lato – che è la Bibbia, la Sacra Scrittura. Le grandi narrazioni bibliche, i temi, le immagini, le parabole hanno ispirato innumerevoli capolavori in ogni settore delle arti, come pure hanno parlato al cuore di ogni generazione di credenti mediante le opere dell’artigianato e dell’arte locale, non meno eloquenti e coinvolgenti.
Il testo integrale del discorsodi papa Benedetto XVI° agli artisti, QUI.
(Gesù, ‘il più bello dei figli dell’uomo’.)
Ieri sera ascoltando la presentazione del libro ‘Scintille’ di Gad Lerner da Fabio Fazio, non ho potuto ricordare un libro che mi consigliarono molti anni fa e che cambiò profondamente tutta la mia vita.
E’ con tremore che ve lo propongo, anche se so che molti di voi lo conosceranno già.

Kenneth McAll, nato in Cina e laureatosi a Edimburgo, medico psichiatra e missionario, tornando in Cina ai tempi della seconda guerra mondiale, visse con la sua famiglia nei campi dei giapponesi, dove osservando attentamente le loro credenze, elaborò una sua teoria secondo la quale molte persone, dichiarate incurabili per la scienza, sono in realtà disturbate da legami ancestrali; una volta individuato il parente dell’albero genealogico morto non-in-pace, viene eliminata la negatività, soprattutto tramite la preghiera e l’eucarestia.
McAll studia questi fenomeni come psichiatra ma anche come cattolico e nel suo libro GUIDA ALLA GUARIGIONE DELL’ALBERO GENEALOGICO ci sono molte testimonianze al riguardo, interessanti quantomeno a livello solo di statistiche.



‘Cominciare è di molti; portare a termine è di pochi. Fra questi pochi dobbiamo esserci noi, che cerchiamo di comportarci da figli di Dio. Non dimenticatelo: soltanto i lavori ultimati con amore, completati bene, meritano le parole di elogio del Signore, che si leggono nella Sacra Scrittura: Meglio la fine di una cosa che il suo principio (Qo 7, 8.).
Voglio ricordarvi un aneddoto che forse già sapete, ma che mi piace ripetere perché è molto espressivo e ricco di insegnamenti. Una volta, mi misi a cercare nel Rituale romano la formula per la benedizione dell'ultima pietra di un edificio, la pietra più importante, perché riassume, simbolicamente, il lavoro intenso, coraggioso e perseverante di molte persone, per molti anni. Rimasi molto sorpreso nel costatare che non esisteva; bisognava accontentarsi, di una benedictio ad omnia, di una benedizione generica. Una lacuna simile mi sembrava impossibile e ripassai ripetutamente, ma invano, l'indice del Rituale.
Molti cristiani hanno smarrito la convinzione che l'integrità di Vita, richiesta dal Signore ai suoi figli, esige una cura autentica nell'adempimento dei propri compiti, che devono essere santificati, fino ai dettagli più minuti.
Non possiamo offrire al Signore cose che, pur con le povere limitazioni umane, non siano perfette, senza macchia, compiute con attenzione anche nei minimi particolari: Dio non accetta le raffazzonature.
Non offrirete nulla con qualche difetto, ammonisce la Sacra Scrittura, perché non sarebbe gradito (Lv 22, 20).
Pertanto, il lavoro di ciascuno, il lavoro che impiega le nostre giornate e le nostre energie, dev'essere un'offerta degna per il Creatore, operatio Dei, lavoro di Dio e per Dio: in una parola, dev'essere un'opera completa, impeccabile.
A ben guardare, fra le molte lodi che di Gesù hanno intessuto coloro che ebbero modo di contemplare la sua vita, ve n'è una che, in un certo modo, le riassume tutte. Mi riferisco all'esclamazione, piena di meraviglia e di entusiasmo, che sorse spontaneamente dalla folla, testimone attonita dei suoi miracoli: Bene omnia fecit (Mc 7, 37), ha fatto tutto ammirevolmente bene: i grandi prodigi e le cose piccole, quotidiane, che non lasciano stupefatti, ma che Cristo ha compiuto con la pienezza di chi è perfectus Deus, perfectus homo (Simbolo Quicumque),perfetto Dio e uomo perfetto.
Tutta la vita del Signore mi riempie di ammirazione. Inoltre, ho una debolezza particolare per i suoi trent'anni di esistenza occulta a Betlemme, in Egitto, a Nazaret. Questo periodo - lungo -, del quale il Vangelo fa solo un cenno, sembra privo di significato specifico agli occhi di chi lo osserva con superficialità. Invece, ho sempre sostenuto che questo silenzio sulla biografia del Maestro è molto eloquente, e racchiude meravigliose lezioni per i cristiani. Furono anni intensi di lavoro e di preghiera, durante i quali Gesù condusse una vita normale - come la nostra, se vogliamo -, divina e nello stesso tempo umana; in quella semplice e ignorata bottega di artigiano e, successivamente, davanti alle folle, ha svolto tutto con perfezione.’

‘Amami come sei….
Ti ho dato mia Madre; fa passare, fa passare tutto dal Suo cuore così puro.
Qualunque cosa accada,
non aspettare di essere santo per abbandonarti all’Amore,
non mi ameresti mai.’




Chi era Francesco d'Assisi? Vagabondo, "folle d'amore", "elemosiniere di Dio", è una figura affascinante e provocatoria. Attorno a lui si sono appassionati, e talora divisi, laici e religiosi, credenti e scettici di ogni tempo, ma soprattutto coloro che non smettono di interrogarsi sul senso e sul destino della fede. Ostinato, irruente, libero come nessuno, Francesco compie il gesto più difficile per un uomo: con la sua scandalosa, coraggiosa "svestizione" perde un padre ma trova una sposa delicata e dolcissima, la Povertà, il cui "manto di sacco", pur "pieno di rattoppi / era una veste angelica". Ed è proprio come "apostolo di sogni", "contadino di fede", insieme terribile e tenero, che Francesco ci viene incontro in queste pagine, che restituiscono tutta la tensione, non priva di fragilità e turbamento, del santo di Assisi, di colui che, come ci ricorda lo scritto di Gianfranco Ravasi, non ha voluto innalzare "barriere di orgoglio e di ricchezza contro il vento dello Spirito". Nelle poesie di Alda Merini, negli echi di questi versi in forma di monologo, o preghiera, che possiedono la sapienza di un canto d'amore mistico e la forza di una lauda, il santo ritrova tutta la sua sostanza vitale, la sua gioia, follia e pietà. E diventa un'icona di amore e redenzione incomprensibile alla ragione.
Francesco- Canto di una creatura
Edito Frassinelli

Dall’omonimo libro, lo spettacolo di versi e musica di Lucio Dalla (già presentato ad Assisi l’ottobre scorso) con voce recitante di Marco Alemanno. In questa edizione ‘Dalla aggiunge la semplicità di un quintetto d'archi (Nu-Ork String Quintet) e di un pianoforte (Beppe D'Onghia, che ha curato anche gli arrangiamenti) con l'intento di rendere anche in musica l'insegnamento di Francesco, svestitosi della sua ricchezza terrena per sposare la Povertà’.
VENERDI’ 27 NOVEMBRE
CHIESA FRATI MINORI CAPPUCCINI
VIALE PIAVE, 2
MILANO
Ingresso libero- prenotazioni :
Telefono 02 77 122 400 - Fax 02 77 122 410
E-mail: osf@operasanfrancesco.it
Sito internet: www.operasanfrancesco.it


















